Improvvisazione, ritualità, magia

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“Non so parlare, ne scrivere, non so fare altro che cantare. La maggior parte di noi è analfabeta, ma non ci serve saper leggere o scrivere. Noi comunichiamo con il canto e la chitarra, ed e per questo che la nostra musica e così profonda” (Camaron de la Isla).

Se la musica e la danza sono la chiave del rituale magico, l’improvvisazione ne è la formula. Improvvisare significa infatti saper “formulare”, ovvero attingere a un repertorio collettivo di formule tradizionali che l’interprete memorizza, compone, combina e riadatta. 

Improvvisazione non è arbitrarietà.
Si tratta di variare all’interno di un tessuto tradizionale: se l’evento musicale fosse del tutto imprevedibile, infatti, sarebbe escluso dal processo comunicativo. Occorre intendersi su un comune  linguaggio: ciò assicura il successo dell’improvvisazione. La creazione è un fatto personale, ma ha un suo valore sociale.

Nel caso della musica e della danza, la formula è la frase ritmica, la cui struttura varia nei diversi stili. In qualunque forma coreutica, il rispetto del ritmo è imprescindibile. Il ritmo sembra essere l’elemento primario della vita: dal battito cardiaco ai cicli cosmici, la regolarità sembra essere il principio di organizzazione fondamentale della vita, nel nostro universo. 
L’alternanza di ritmi e controritmi nella danza riproducono la lotta cosmogonica di ordine e caos. La vita è pulsazione. 
Lo Spirito si manifesta come ritmo.

Il vanto più diffuso degli artisti gitani è dichiarare di non possedere nessuna formazione accademica, di non studiare mai e di salire sul palco senza provare mai nulla. In realtà ogni capacità comporta uno studio specialistico. Il punto è che questo si realizza in loro fin da piccoli nel loro contesto familiare, al punto da sembrare “un dono naturale”.

Purtroppo la relativa indifferenza alla musica di noi occidentali ci ha portato a una vera e propria condizione di anestesia alla sensibilità musicale.
Per noi che non abbiamo avuto il privilegio di un’educazione musicale fin dal ventre materno, l’unica chiave è nell’addestramento sistematico e regolare, talmente sistematico e regolare da arrivare al punto in cui si genera una sorta di automatismo e il movimento risulta “spontaneo” e naturale. Tale naturalezza in realtà è tutt’altro che naturale, ma frutto del fatto che la tecnica è divenuta, per così dire, automatica. Al punto da dimenticarsene.

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